
La chiesa ed eremitorio di santa Lucia (1ª parte)
La chiesa ed eremitorio di santa Lucia di Mendola è l’argomento trattato in quest’articolo. Il culto di Lucia, vedova romana, è in Italia poco conosciuto. Spesso la santa viene confusa con la Lucia vergine siracusana, perché il culto delle due Lucie si diffuse quasi contemporaneamente. Ma, se la Lucia vedova romana veniva celebrata il 16 settembre, la Lucia siracusana il 13 dicembre.
Come Lucia arrivò nella città di Mendola ci viene raccontato da vari storici tra cui Fra Giacinto Leone, cappuccino da Palazzolo Acreide. Fra Giacinto racconta che Lucia viveva a Roma: era rimasta vedova a 36 anni: suo figlio Euprepius l’accusò a Diocleziano di essere cristiana. L’imperatore la fece imprigionare. Poiché Lucia si rifiutava di adorare gli Dei venne posta dentro una pentola piena di pece, piombo e resina liquefatti e per tre giorni ordinò che vi tenesse acceso il Fuoco. Il quarto giorno venne tirata fuori illesa. Grazie a Lucia, un ferente idolatra, Gemignano, si converte al cristianesimo e i due diventano un solo spirito e una sola anima. I due santi continuano ad essere perseguitati a Roma. Il codice vaticano greco 866 che parla del martirium dei due santi narra che Lucia e Gemignano furono trasportati da quattro angeli in Sicilia, sul monte chiamato Taormina.
La Chiesa ed eremitorio
Da qui dopo aver attraversato miracolosamente il Simeto giunsero a Mendola, provocando l’immediata fuga in massa di demoni e spiriti immondi. Lucia e Gimignano operarono qui numerosi prodigi. Mario Re conclude il racconto dicendo che, poiché per i due si preparavano anche in questo luogo numerose torture, essi si nascosero all’interno di una cavità miracolosamente apertasi in una montagna; dopo tre giorni, oppressa dal gran caldo, Lucia prega, e una sorgente, nuovo prodigio, scaturisce da quel luogo. Ma la santa è stanca e dopo un’ultima preghiera muore. Gemigniano custodisce la santa spoglia per tre giorni, al quarto giorno, uscito dall’alto del monte, trova la morte per mano di un assassino lì appostato. I due corpi saranno seppelliti da una donna di nome Massima.
La Chiesa di Santa Lucia di Mendola
Vicino alla sorgente la cui acqua possiede poteri taumaturgici venne edificata una chiesa. Il periodo raccontato è attorno al 300 dopo Cristo. La chiesa antica e paleocristiana è scavata in un costone di roccia ed è al centro di altri ambienti anch’essi scavati nel banco roccioso. L’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione ci descrive il sito con puntualità: “Presenta una pianta basilicale, probabilmente con copertura lignea, come si evince dai fori di alloggiamento delle travi. Ad ovest si apre un presbiterio e quindi un’abside semicircolare priva di catino con subsellia in blocchi sagomati.
L’abside della chiesa
A sinistra dell’abside si apre una navatella divisa da tre arcate dall’invaso centrale. Sul fondo di essa si nota un sistema per poter convogliare l’acqua che scorreva da una sorgente situata nelle immediate vicinanze. Tale particolarità permette di riconoscere nell’ambiente un possibile battistero. A destra dell’abside si apre un vano di forma irregolare con grandi nicche destinate a contenere arredi sacri e quindi due ambienti contigui collegati da un ambulacro con sulle pareti tracce di pittura”. La chiesa, dopo la cacciata dei Saraceni, fu ricostruita in altro sito dal conte Ruggiero nel 1100, ma venne perfezionata da Tancredi suo nipote. Questi lo fece consacrare da Guglielmo vescovo di Siracusa il 6 agosto 1104.
Divenne tempio dei Benedettini con una dote del feudo donato da Tancredi in Siracusa nel 1103. La chiesa godette di un beneficio semplice concesso da Stella vedova di Giudice Lorenzo, la quale legò una terza parte del Casaliccio, confinante con Santa Lucia, coll’obbligo di una Messa alla settimana.
La chiesa ed eremitorio. Dopo il terremoto del 1693, la chiesa di santa Lucia non venne ricostruita, ma divenne luogo di penitenza tanto che vi giunsero tre eremiti: padre Corrado Scieri, fra Lorenzo, e fra Corrado di Noto, i quali però ricostruirono il romitorio già esistente prima di questa data. Gli eremiti si preoccupavano della chiesetta ruspestre o rurale dove avevano deciso di vivere in solitudine e in preghiera anzi esisteva una stretta connessione, una interdipendenza tra eremitaggio e chiesetta: esiste l’eremita in quanto esiste la chiesetta, di cui egli è il custode.
La chiesa e l’eremitorio
Padre Corrado Scieri sacerdote eremita, infatti, ritrovandosi nella selva del suo eremitorio, vicino la chiesa dove un tempo erano stati i santi Lucia e Gemigniano, e dove si pensava che i corpi dei due santi erano stati posti in due sepolcri di marmo, si preoccupava di portare alla luce i due santi, per poter essere venerati anche dal popolo, considerato che la chiesetta era stata precedentemente distrutta. I due corpi non vennero mai trovati, ma il culto continuò ad essere tenuto vivo
L’eremo visse fino agli inizi del 1900, si sa infatti che la chiesa e l’eremo vennero restaurati nel 1904 da Fra Serafino Basile da Palazzolo.
Già dal 1933, quando il vescovo di Noto Mons. Vizzini elevò a parrocchia rurale e autonoma la chiesa di santa Lucia, l’eremo non venne più utilizzato. Lo stesso vescovo rilevò che, dopo un periodo di mortificante decadenza, sarebbe stato necessario e opportuno rivalutare pastoralmente questa chiesa e avvicinarla allo splendore che la rese illustre al tempo del monastero benedettino normanno. Sono passati tanti anni da questa riflessione ma oggi l’Associazione “Santa Lucia di Mendola”, costituita nel 2009, per volontà del compianto parroco Padre Moncada vuole innanzitutto custodire, valorizzare, divulgare e promuovere su scala mondiale, il culto religioso locale bimillenario a Santa Lucia, vedova romana.
Inoltre si intende valorizzare, custodire e rendere fruibile il sito archeologico che è uno dei più importanti complessi rupestri religiosi degli Iblei. Dice la presidente dell’associazione Rita Cantone che l’associazione intende valorizzare il patrimonio archeologico, paesaggistico e naturale, l’ambiente suggestivo ricco di un squisito profumo di misticismo, dove passato e presente eternano il tempo.
Articolo pubblicato in: IL Saggio, Mensile di cultura, a. XVII, luglio 2021, n. 196




