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L’eremitorio di santa Lucia di Mendola (3ª parte)

Dopo il terremoto del 1693, la chiesa di santa Lucia non venne ricostruita, ma divenne luogo di penitenza tanto che vi giunsero tre eremiti: padre Corrado Scieri, fra Lorenzo, e fra Corrado di Noto. Questi furono i tre eremiti che ricostruirono l’eremitorio. Certamente il romitorio esisteva precedentemente come si trae dal contenuto di un documento dell’Archivio vicariale della Chiesa Madre di Palazzolo Acreide in cui si parla dell’eremo nuovamente edificato. Il documento narra che il sacerdote padre Corrado Scieri, fra Lorenzo di Bernardo, assieme ad altri fratelli eremiti, dell’eremo nuovamente edificato nella chiesa distrutta, olim chiamata santa Lucia La Bagnara, esistente nel fego chiamato di santa Lucia territorio di Noto, vicino del territorio di Palazzolo esponevano al vescovo una supplica e cioè che in suddetto eremo per maggiormente servire Iddio nostro Signore ci hanno edificato una chiesa per potersi celebrare la santa messa ed usare tutti la devotione in essa, giacché Illustrissimo Signore senza la sua benedizione e licenza non li si può celebrare. Gli eremiti supplicavano il vescovo affinché il Vicario di Palazzolo essendo più vicino a questo eremo potesse benedire la chiesa stessa.

L’eremitorio di santa Lucia di Mendola

Il vescovo per poter concedere la benedizione ordinava al Vicario palazzolese di conferirsi al suddetto eremo novamente fatto sotto titulo di santa Lucia e Geminiano esistente nel territorio di Noto per conoscere il (sic) stato di detto eremitorio con riconoscere parimente se la chiesa sia spedita di tutto punto di fabrica, con il suo tetto e pavimento, campanile e quadro e se sia provista di tutti li giogali necessari attinenti al sacrificio della Santa Messa, con informarmi da chi sia stata governata la suddetta chiesa e chi al presente lo governa, e che renditi tiene, e se è stato solito abitarci eremiti, e se la suddetta chiesa sia fabricata nel luogo di prima e se sia disgregata dagli usi domestici[1]. Era necessario per il vescovo sottostare a certe norme ecclesiastiche per il buon andamento del percorso religioso e per concedere con più serenità le richieste effettuate. Tutto ciò avveniva il 5 giugno 1697.

La vita del romitorio non fu sempre santa e serena[2].

Ci tramanda Padre Giacinto Farina che nel 1762 abitava l’eremo un buon numero di eremiti. Saltò in testa ad un certo Mariano Lupina, con altri complici di assalire quei religiosi pacifici nelle ore notturne. Entrarono clandestinamente nell’eremo e li derubarono di quei pochi vestiti e li uccisero barbaramente.

Si trovava un fanciullo il quale, piangendo per lo spavento gridò “massaro Mariano, non mi uccidete!”. E invece l’uccisero senza pietà[3].

L’eremitorio di santa Lucia di Mendola

La mancanza di serenità causata da episodi come quello sopracitato è affiancata da una vita eremitica in crisi nella zona di Siracusa, nel XVIII secolo. Monsignor Alagona in una sua Nota sui romitori, scrive infatti, che poiché i romiti non riconoscono più l’autorità del vescovo, non sono da lui visitati e vivono unicamente soggetti alla potestà secolare allora è certo che negli atti di religione e nella professione di tal vita è un assurdo che sussistono senza regole e senza capo ecclesiastico qual’è il Pastore della diocesi nel modo che sono dipendenti solamente dal Capitano, dal Giudice e Fiscale Laico[4]. Dando uno sguardo alla mappa degli eremi della diocesi siracusana fornita da Monsignor Alagona riguardo Palazzolo si evince che il paese ha un eremo esistente nel feudo di Santa Lucia (che è territorio di Noto, ma a due miglia da Palazzolo), che è soggetto all’abbate. C’erano quattro eremiti e due sacerdoti palermitani.

I romiti

L’eremitorio. Da una nota dei romitori e romiti esistenti nella diocesi di Siracusa nel 1776 di Monsignor  Alagona apprendiamo che sempre a Palazzolo, nel medesimo romitorio di santa Lucia  ne’ tempi addietro uno o due romiti vivevano senza freno. Ultimamente l’abate Gravina Abate di santa Lucia, cui è soggetto il detto eremo, diede a quel mio parroco l’incarico d’invigilare sul medesimo; onde vi chiamò D. Antonino Longo palermitano, che si era ritirato nell’eremo di san Corrado di Noto per abitare in questo, il quale fece tagliar la barba, e fece mandar via Fra Salvatore di Palazzuolo, perché volea farla da superiore, ed essere dispotico delle limosine del romitorio. Intanto ne chiamò degli altri, e nello spazio di due anni né mutò quasi dieci; e al presente vi sono romiti  quattro:

1°. Fra Giovanni Maria maltese, d’anno 60 circa Superiore.

2°.Fra Salvatore d’anni 50, che spogliato altra volta dell’abito eremitico, ora lo rivestì.

3°. Fra Guglielmo di Scicli di anni 41 in circa.

4°. Fra Benedetto di Catania di anni 22.

La questua

Dopo un anno, che non comparvero per la questua in Palazzolo, il palermitano D. Antonino Longo vi andò in compagnia d’un altro sacerdote palermitano D. Giuseppe Pavone, venuto di fresco in detto eremo e i regolari in gelosia ricorsero a quel Vicario per impedire loro la questua. Finì la cosa in parole e proseguono a questuare frumento, denari, olio, lana, lino, e vi vanno due volte la settimana a raccogliere il pane per le case, onde è venuta meno ai mendicanti l’elemosina, e si lamentano, che prima erano due romiti, ed ora sono quattro, e sacerdoti palermitani due.

Il palermitano D. Antonino Longo ha dato da mormorare, perché da due mesi in qua  si trova in casa di certi d’Albergo per far la posta e scrivere per difenderli dal prossimo esilio.

L’altro sacerdote è stato mandato in Scilla dai romiti, e ritornò senza frutto. Questa condotta non dà edificazione[5].

L’eremitorio, quindi era vicino la chiesa di santa Lucia; anzi esiste una stretta connessione, una interdipendenza tra eremitaggio e chiesetta: esiste l’eremita in quanto esiste la chiesetta, di cui egli è il custode[6].

Gli eremi sono definiti da uno scrittore del 1700, il Girolamo Renda-Ragusa, dei conventi-

ni silvestri con una propria chiesa, ove alcuni servi di Dio laici e sacerdoti, sotto abito intessuto di lana rude, vivono in comunità e professano una regola particolare approvata dal vescovo diocesano, al quale sono subordinati prestandogli perfetta obbedienza[7].

In tutta la diocesi di Siracusa l’eremitismo è rurale e si sviluppa tra le selve e le montagne, ispirando queste un sacro rispetto. L’eremita è un laico, anche se nell’eremo di Palazzolo è segnalato un sacerdote, anzi due.

Gli eremiti e la chiesa rupestre

Gli eremiti quindi si preoccupavano della chiesetta ruspestre o rurale dove avevano deciso di vivere in solitudine e in preghiera. A santa Lucia nel 1704 Padre Corrado Scieri sacerdote eremita, ritrovandosi nella selva del suo eremitorio, la chiesa dove un tempo erano stati i santi Lucia e Gemigniano, e dove si pensava che i corpi dei due santi erano stati posti in due sepolcri di marmo, si preoccupava di portare alla luce i due santi, per poter essere venerati anche dal popolo, considerato che la chiesetta era stata precedentemente distrutta, come ci  riferisce l’abbate Pirri[8]nella Sicilia Sacra: Quoniam vero sub MM. Luciae et Geminiani amplissimum templum est fundatum; opere pretium est et historiam rei huius texere, quomodo ii in eodem templo sint sepulti (omissis). Egressus autem Geminianus, ut quoquo modo Lucia corpus sepeliret, à Carnefice gladi opercutitur, et in antrum devolvitur. Qua cum quadam mulier  nomine Maxima pertransiret, odoris fragrantiam, monte redolentem sentien, eò se contulit, duoque marmorea sepulchra angelico ministerio condita comperit, in quibus SS. Corpora contexit, et templum sub eorum nomine in vertice fabricavit.

Richiesta di licenza al vescovo

 L’eremita chiedeva al vescovo licenza di poter scavare nel luogo dove si ritrovavano nascosti dalla fabbrica cadutali di sopra con la caduta della chiesa antica, nec non potersi

fare aiutare da altre persone, acciò ritrovati li detti corpi santi colli suddetti sepolcri li potesse collocare nella chiesa dell’eremitorio nuovamente fabricata da esso esponente. Ovviamente il vescovo ordinava al vicario di Palazzolo di informarsi se vi era memoria di detti corpi e dove erano collocati e se erano poste in parte pubblica, o pure in parte nascosta e se le medesime siano con tutta riverenza e venerazione; inoltre desiderava essere informato con quale licenza sia la suddetta nuova chiesa fabbricata e se la medesima sia distante dalla chiesa antica, e se sia quella fabbricata in loco atto e devoto e separata da altre abitazioni. Tutto ciò lo leggiamo nella lettera scritta a Siracusa il 26 dicembre 1704[9].

I corpi dei santi

I due corpi dei santi comunque non vennero mai ritrovati. ( Il Gaetani si erge a maggior sostenitore della dedicazione del luogo ai due santi e influenzò autori successivi i quali confermano che in questi luogo si svolsero le vicende di Lucia e Gemigniano)[10].

Gli eremiti[11] di Mende si conformarono alle regole di vita dell’eremita san Corrado di Noto, anzi ne condivisero le preghiere e l’orario, recandosi da Corrado da Noto per l’anno di probazione o di prova.

L’eremo visse fino agli inizi del 1900, si sa infatti che la chiesa e l’eremo vennero restaurati nel 1904 da Fra Serafino Basile da Palazzolo.

Già dal 1933, quando il vescovo di Noto Mons. Vizzini elevò a parrocchia rurale e autonoma la chiesa di santa Lucia[12], l’eremo non venne più utilizzato.

 Lucia vedova romana (da non confondere con Lucia vergine santa siracusana) è una santa venerata ancora oggi la prima domenica di settembre, nel feudo di Mendola, appartenente alla diocesi di Noto, ed è la stessa Lucia venerata a Roma nella Chiesa della Tinta, un tempo anch’essa parrocchia.

Note all’eremitorio

[1] Archivio Vicariale Chiesa Madre Palazzolo, Mazzo n. 78, 1596-1704, c.210

[2] Cfr. Marcello Cioè, Santi Minori e luoghi sacri nell’Altopiano Ibleo, Siracusa, Mediterraneo-tipografia editrice, 2009.

[3] Giacinto Farina, Selva … cit. f. 393.

[4] Cfr. Pasquale Magnano, L’eremitismo irregolare … cit. p. 33; Cfr.Girolamo Renda Ragusa, Vincenzo Annino, Breviario con vita e virtù del Servo di Dio : frat’Alfio da Melilli, eremita di Noto nato a Melilli il 10 giugno 1635,morto a Noto in fama di santità il 15 febbraio 1708, Siracusa, Tipografia Marchese, 1988, p. 19.

[5] Cfr. Pasquale Magnano, L’eremitismo irregolare … cit. p. 82 e p. 85: “Nel notamento fatto nel 1792: Nel territorio di Noto v’è un romitaggio detto di santa Lucia, in esso vi sono di famiglia tre eremiti”.

[6] Cfr. Pasquale Magnano, L’eremitismo irregolare … cit. p. 30.

[7] Girolamo Renda Ragusa, Vincenzo Annino, Breviario con vita … cit. p. 18.

[8] Rocco Pirri, Sicilia sacra, disquisitionibus et notis illustrata, II, Sala Bolognese, Forni, 1987 (Rist. anast.) , p. 662-663.

[9] A. V.C. M.P., Mazzo n. 78, 1596-1704, c. 95.

[10] Cfr. Marcello Cioè, Santi Minori … cit. p. 19-21.

[11] Giacinto Farina, Selva … cit. f. 393 v.: Padre Giacinto ci tramanda una nota di 14 eremiti defunti vissuti da 1700 al 1855.

[12] Cfr. Marcello Cioè, Santi Minori … cit. p. 43.

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