
Nina la prima poetessa siciliana conosciuta
Pochi sanno che, la prima poetessa italiana del XIII secolo si chiama Nina Siciliana. Nina era di origine siciliana, forse di Messina. Vincenzo Nannucci la descrive come Donna gentile e leggiadra, bellissima sopra tutte le altre del suo tempo e della sua nazione, e che fu la prima femmina che s’abbia notizia che poetasse in lingua volgare.
Nina e la scuola poetica siciliana
Nina conosce la scuola poetica siciliana grazie a Costanza D’Altavilla, madre di Federico II di Svevia. La figura di Nina è molto discussa dal punto di vista letterario, perché alcuni hanno ritenuto che non sia esistita. Ma le argomentazioni di Adolfo Borgognoni che ritenne la figura di Nina inesistente sono state considerate inefficaci. Si sa che in una raccolta, di poesie e di poeti, del 1527 intitolata Giuntina di rime antiche, Nina viene inserita perché ebbe rapporti letterari con Dante da Maiano, poeta e trovatore italiano della seconda metà del Duecento. Dante da Maiano fu esponente della poesia siculo-toscana ed ebbe rapporti poetici con Dante Alighieri.

Il sonetto La lode e ‘l pregio
Il sonetto La lode e ‘l pregio e ‘l senno e la valenza di Dante da Maiano è indirizzato a Nina, denominata anche Monna Nina, assieme alla sua risposta intitolata Qual sete voi sì cara proferenza e la nuova replica di Dante da Maiano: Di ciò ch’audivi dir primieramente. Daniele Cerrato spiega che “il sonetto, che apre il tenzone, è costruito su due temi principali: la fama di Monna Nina che arriva fino a lui e gli permette di celebrarne qualità poetiche e morali e quello del poeta che, irrimediabilmente cade innamorato e si dichiara ‘servo d’amore’”.
La figura di Nina
La risposta di Nina con il suo sonetto Qual sete voi sì cara proferenza, continua Cerrato “ben testimo-nia il raggiungimento di quell’equilibrio e quella reciprocità poetica che già emergeva negli scambi delle poetesse dell’Al-Andalus e delle trobairitz. Il sonetto, come osserva Mercedes Arriaga, dimostra come l’autrice si collochi allo stesso livello del suo interlocutore”. La figura di Nina rimane vincolata a quella di Dante da Maiano. Mercedes Arriaga nei suoi studi sulle poetesse italiane, parlando di Nina e dei suoi sonetti scrive che vi sono elementi di novità, come per esempio “l’uso dell’io lirico femminile, di un linguaggio e di una serie di metafore che rompono con la tradizione lirica italiana precedente, collegandosi alla lirica provenzale (Cerrato)”.
Un altro sonetto di Nina
Qual sete voi, si cara proferenza, Che fate a me senza voi mostrare? Molto m’agenzeria vostra parvenza, Perché meo cor podesse dichiarare. Vostro mandato aggrada a mia intenza; In gioja mi conteria d’udir nomare/ Lo vostro nome, che fa proferenza/ D’essere sottoposto a me innorare./ Lo core meo pensare non savria nessuna cosa, che sturbasse amanza,/così affermo, e voglio ognor che sia, d’ udendovi parlar è voglia mia:/se vostra penna ha bona consonanza col vostro core, ond’ ha tra lor resia?”.

Il sonetto Tapina me
Il sonetto Tapina me contenuto nel codice Vaticano latino 3793, è stato attribuito a Nina, per la prima volta dal Trucchi (filologo toscano del 1800), e lo definisce “un prezioso gioiello, qual realmente è”. Tapina me che amava uno sparviero, amaval tanto ch’io me ne moria;/a lo richiamo ben m’era maniero, ed unque troppo pascer nol dovia. /Or è montato e salito sì altero, assai più altero che far non solia;/ed è assiso dentro a un verziero, e un’altra donna l’averà in balìa. /Isparvier mio, ch’io t’avea nodrito; sonaglio d’oro ti facea portare, / perchè nell’uccellar fossi più ardito. Or sei salito siccome lo mare, /ed hai rotto li geti e sei fuggito, quando eri fermo nel tuo uccellare.



