
Tito Marrone e la poesia crepuscolare in Sicilia
Tito Marrone è un autore siciliano poco conosciuto. Ricordare Santi Correnti, storico, latinista e accademico italiano è importante. Correnti, interessato alla storia della Sicilia, ma anche alla filosofia nonché alla letteratura italiana e latina, autore di numerose pubblicazioni, nel 1964 fondò e diresse l’Istituto Siciliano di Cultura Regionale (ISCRE) e, nel 1973, la Rivista Storica Siciliana. Nel 1970, l’Università di Catania creò, appositamente per lui, la prima cattedra italiana di storia della Sicilia, che egli resse fino al 1996, quando fu collocato in quiescenza. Fu ispettore bibliografico onorario per la Soprintendenza ai Beni Culturali della Sicilia Orientale, oltre ad essere stato, per alcuni anni, attivo partecipe della vita politica come consigliere comunale del Comune di Riposto, dove egli nacque.
In un suo scritto intitolato Saggi Siciliani di storia e letteratura (Catania, edizioni Greco, 1978) Correnti parla di poesia crepuscolare in Sicilia e afferma che l’iniziatore della poesia crepuscolare in Italia è Tito Marrone. Ma prima di parlare di quest’autore è necessario capire cos’è il crepuscolarismo. Fu una corrente poetica che in Italia contrassegnò il passaggio dalla poesia del Carducci, del Pascoli e di D’Annunzio alle esperienze luministiche di Marinetti e di Palazzeschi.
Il primo ad utilizzare questa definizione di corrente letteraria poetica è Giuseppe Antonio Borghese. Borghese, recensendo le raccolte poetiche di Marino Moretti, di Fausto Maria Martini e di Carlo Chiaves in un articolo intitolato Poesia crespuscolare, pubblicato nel 1910 sulla Stampa scrisse: “una voce crepuscolare, la voce di una gloriosa poesia che si spegne. Non hanno tanta forza da soverchiare le ultime risonanze delle grandi voci antiche e il crepuscolo che li avvolge”. Borghese era un giornalista, critico letterario, poeta, scrittore di origini siciliane.
I crepuscolari contrapponevano alla poesia retorica rappresentata per esempio dal Carducci l’amore per le piccole cose, con le atmosfere più grigie e comuni della vita quotidiana. Questa corrente letteraria esalta “le buone cose di pessimo gusto”. Santi Correnti sostiene che il primo autore, poeta crepuscolare, è il siciliano Tito Marrone. Le sue prime poesie uscirono sulla “Gazzetta letteraria” di Torino nel 1898 e la prima raccolta poetica Cesellature venne stampata a Trapani nel 1899, quattro anni prima della raccolta di Corrado Govoni, pubblicata nel 1903 e considerata la prima opera crepuscolare apparsa in Italia. La raccolta di Marrone non passò inosservata, venne infatti recensita da insigni letterati del tempo, come Policarpo Petrocchi. Una delle liriche si intitola Crepuscolo: Ne l’ampia distesa del mare/ il disco del foco s’affonda,/ e s’ode una voce cantare/nel ritmo solenne dell’onda…
Marrone, si trasferì a Roma nel 1904; non fu innovatore soltanto nel campo poetico, ma anche nel campo drammatico. Egli tradusse l’Orestiade di Eschilo che venne portata in scena al Teatro Argentina di Roma e scrisse circa trenta drammi. Alfredo Barbina sostiene, in un saggio sul teatro di Marrone, che forse fu allora che “il grecista Ettore Romagnoli concepì l’idea di portare sulle scene i drammi classici, idea che realizzò a Siracusa nel 1914”. Non è dato sapere perché per oltre quarant’anni Marrone si allontanò dalle amicizie.
Infatti solo nel 1947 si iniziò a parlare di nuovo di lui quando gli fu assegnato il premio Fusinato e nel 1949 quando gli fu assegnato il premio Internazionale Siracusa, grazie alla raccolta inedita di liriche intitolata Esilio della mia vita, poi pubblicata nel 1950. Cesare Viola scrisse di Marrone che «quel clima che fu definito dal Borghese crepuscolarismo, fu anticipato dal Marrone, precedendo il Gozzano su quella strada che segnava il primo distacco dal dannunzianesimo allora imperante».
da Liriche: 1902-1903
Sole d’inverno
Sole che sfiori, roseo, le mura
abbandonate de’ giardini infermi,
e ingiovanisci, quando ti soffermi,
i vecchi muschi d’una fenditura,
e gli zampilli di variopinte
gemme componi, e indulgi su le cose
che il rovaio del tempo già corrose
e fanno pena come cose estinte,
sole d’inverno!, il tuo sorriso incerto
che sorride un momento e si consuma
forse pel nostro cuor malato esuma
forme d’antico tempo in un deserto?
Odo una molle musica di danza
come un’ eco del vecchio settecento;
or sì or no mi riconduce il vento
la musica che palpita, che ansa.
Vedo sotto grandi alberi d’alloro
cavalieri canuti e antiche dame;
or sì or no traluce dalle rame
un filo, e cade a terra un disco d’ oro.
Appena un po’ di sole si diffonde
su l’ombra de’ giardini solitaria;
e con un breve brivido nell’aria
la musica nostalgica s’ effonde.
Sole d’inverno, ma se tu declini,
rientrano i fantasmi nella sera:
l’ombra si fa più lugubre più nera
dove fiorivano sogni divini;
senza strepito, chiudonsi le porte
del passato: rimane un pio rimpianto;
da quel sorriso breve un lungo pianto,
un desiderio vago della morte:
della morte che pende su le cose
vetuste, senza farle mai cadere,
con l’ombra delle antiche primavere,
con la fiorita delle nuove rose.

Tito Marrone da wikipedia.org (CC BY-SA 3.0)


