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I fichidindia di Cugnarelli: racconto di Teodoro

 

Vincenzo Teodoro, scrittore, poeta e pittore  è un nostro concittadino. È vissuto a Roma ma non si è mai dimenticato delle sue origini palazzolesi, tanto da dedicare numerosi suoi scritti su Palazzolo. Purtroppo gli autori del passato non vengono ricordati e studiati. Proponendovi questo racconto ho voluto parlare di Teodoro, che con questo scritto ha voluto ricordare un momento particolare della sua vita. Infatti più che un racconto è la descrizione di uno spaccato della sua vita e della vita palazzolese degli anni ’50: è la descrizione dei Fichidindia in contrada Cugnarelli

La descrizione dei luoghi ha un peso fondamentale nella descrizione di un racconto. Ma quando questa descrizione è reale e riguarda il luogo in cui lo scrittore è nato e vissuto ha molto più peso, perché parla della sua terra e il suo paese con la descrizione dei luoghi che adesso non si vivono più. I luoghi raccontati da Vincenzo Teodoro sono luoghi reali descritti con una precisione geografica e rinviano al modo di vivere di un tempo ed evocano sentimenti e stati d’animo dell’autore in relazione alla  vita di un tempo che fu.

Racconto di Vincenzo Teodoro: Nella proprietà del cavaliere, che confinava con la terra di mio nonno, tra la casa e la cisterna un’aggrovigliata siepe di fichidindia si adagiava nel riverbero nel riverbero del sole come una donna vanitosa. Per me, quell’angolo era un’oasi di pace, il mio solitario pensatoio, nel quale la fantasia si confondeva con la natura e dove andavo spesso da ragazzo per meditare e sognare le immagini più bizzarre e strampalate. Vi si arrivava dalla carrozzabile di Pantano che, dopo l’edicola di S. Giuseppe, si trasformava in mulattiera e finiva inghiottita nelle frappe olivate a picco sull’Anapo sino a toccare le prime case di Cassaro. Oggi il panorama è cambiato e la strada asfaltata che porta al campo sportivo è intitolata a Giuseppe Campailla, illustre professore di Psichiatria che abitava a Ferrara, autore fra l’altro di una storia sul marchese Niccolò III d’Este, implicato nella tragica vicenda tre il figlio Ugo e Parisina Malatesta.

Da Cugnarelli il paese appariva come una lontana striscia nuvolosa sollevata tra cielo e terra dominata dal campanile di San Sebastiano e dalla cuspide stemmata di San Paolo, che si stagliavano rispettivamente in alto e in basso sui tetti grigi delle case. Io avevo fatto la prima media a Catania e quando i miei mi iscrissero alla seconda classe nel locale ginnasio per via dell’infuriare degli eventi bellici, trovai la popolazione aumentata per la presenza degli sfollati delle città costiere e dei soldati della divisione “Napoli” che si erano acquartierati nei dammusi di Piazza Umberto e nella sconsacrata chiesa di San Domenico. A me piaceva disegnare e scribacchiare in un diario le cose che mi colpivano durante la giornata. Erano annotazioni ingenue e senza senso. A scuola, insaziabile di letture alla Jack London, mi distraevo spesso tenendo una condotta non eccellente, come quel giorno in cui, durante la spiegazione della “Quercia caduta”, io sui bordi dell’antologia ne illustravo a matita le scene principali, procurandomi demeriti e richiami. Il che contribuì ad acuire la mia diffidenza verso alcuni insegnanti che con la loro cultura vuota e trapassata e i loro comportamenti acrimoniosi, finivano per scoraggiarti e opprimerti. Comunque, di questi giudizi negativi non esiste più traccia dal momento che il quaderno dove li raccoglievo si perse nella confusione del bombardamento aereo.

Un bel giorno di primavera, mentre ammiravo a Cugnarelli i fichidindia del Cavaliere, sentii esplodere all’improvviso una sorta di feeling tra me e loro, un amour fu impensabile e irresistibile, che mi suggerì una geniale iniziativa. Dissi: “Se i pittori usano la carta o la tela come base per le loro opere, e quelli che hanno il culto della parola scritta espongono nelle mostre quadri e poesia insieme, chi mi proibisce di trasgredire la regola e di affidare al mondo vegetale sia le mie memorie che i disegni, sfruttando i rami lisci e patinati delle indifese Cactacee”? In quell’istante avvertii all’orecchio l’eco di un vecchio proverbio siciliano: “Diavulu lucenti angilu apparebit“ (a volte anche le cose peggiori possono rivelarsi belle). Tuttavia, l’idea mi parve inclita e incomparabile, anche se strana e curiosa. Ma originale. Ho appreso da un giornale che il famoso “Orinatoio” di Duchamp è stato battezzato dalla critica come la più influente opera d’arte moderna.

Perché? La domenica successiva, assicurandomi che massaro Paolo rispettava le feste comandate e rimaneva in paese per la messa di mezzogiorno, io mi munii di temperino 8 che doveva fungere da penna) e giunto sul posto, cominciai a scrivere i miei elzeviri sulle spinose pale dei fichidindia, decorandoli con spiritose vignette. Ne venne fuori un testo tra il fumettistico e il graffito primitivo, il cui linguaggio pittorescamente dialettale si accompagnava a figure alte e sbilenche come le sculture di Giacometti. La campagna mi eccitava il dono della parodia, ed io pensavo al Froebel:”Gli alberi sono i nostri primi maestri ed indimenticabile sono le lezioni che ci dà la natura”. Roba d’altri tempi, quando Berta filava! A parte l’aspetto pedagogico però, guardando quel capolavoro di cesellatura, mi gonfiavo il petto d’orgoglio per aver promosso un progetto inedito d’arte e di letteratura. Ero un pioniere. O un visionario. L’indomani, per il gabelloto albeggiò un giorno scuro come la notte. Giunto in campagna e legata l’asina alla mangiatoia, volse lo sguardo verso i fichidindia e scoprì l’abominevole misfatto. Non credeva ai propri occhi: sfiorò i rami della pianta pungendosi le dita e si segnò la croce pensando ai fantasmi, al malocchio e a tutte le diavolerie di questo mondo. “Sono state le carcarazze? Macché c’è l’impronta della mano umana! Gli uccelli non c’entrano. E nemmeno le bestie!”. Non sapendo che fare, sellò l’asina e tornò in paese per informa-re il proprietario dell’accaduto.

 

-Voscenza ha nemici che “ci” vogliono male? –Che io sappia no, perché? –A Cugnarelli hanno distrutto i fichidindia. Tutti. Pala per pala. -Embè?-lo stroncò l’altro- Li avranno divorato i maiali, o le vacche. – Voscenza no, predatori in carne ed ossa furono. Il giorno dopo il Cavaliere fece un sopraluogo e disse: -È vero, roba da Lanzichenecchi fu! – Li conosce Voscenza? Perché non li denunzia? Ma il padrone aveva altro per la testa e tornò al palazzo. Suo fratello era al fronte russo e da qualche mese non dava più notizie. In paese non si parlava d’altro. Voci di morti, sconfitte, bombardamenti. Ciò nonostante, mise da parte i suoi pensieri e volle prenderla dal comico facendo al contadino un discorso intellettuale. –Massaro Paolo-disse- sapete chi è Pirandello? – Perché è stato lui? Andiamo dai carabinieri. –Che c’entra? È morto, pace all’anima sua!Qui è questione di “pupi”,-fece il signore parafrasando un passo di “A birritta cu’ ‘ciancianeddi’”(Il berretto a sonagli): -Quando lo spirito trasi in nui si fa pupu. Pupu jù, pupu vui, pupi tutti. Mi capite? Il contadino rispose di no esprimendo nel volto i sensi di una collera repressa. Eppure ho parlato in dialetto. È tutta un’opera di pupi! Voglio dire che a volte i carusi non ci stanno con la testa e non capiscono il male che fanno. Ragazzate! E allora che facciamo,-muggì il gabelloto-come quando si dice,-“Ad arvulu cadutu accetta accetta”? Perfettamente. Fateci pascere le bestie. Io ho altro cui badare. Così si concluse quella inutile querelle e massaro Paolo imbufalito saltò sull’asina e con uno strattone la fece trotterellare lungo la trazzera per Cugnarelli; e a me restò la soddisfazione di aver fatto una esperienza narrativa sulle pale di fichidindia.

 

Quando si dice che una ispirazione, anche se stupida, continua ad ardere come una torica olimpica (eufemismo per affermare il contrario). Dopo qualche anno il settimanale romano “La Gazzetta dei Lavoratori” mi pubblicò due poesiole infantili, basate, non sul rispetto della metrica, ma sulla scansione ritmica della Rima. Una era dedicata al Santo Protettore del paese, ch’era “prodigo di intenti –ne soddisfare i suoi clienti”; l’altra ad una ragazza innominata che, con “ la chioma sparsa al vento -e nello sguardo una favilla,-somigliava al monumento-della comunale “Villa”. Nel commentare i versi, il direttore del giornale rise tanto, che mai prima di allora-scrisse-i suoi muscoli facciali avevano subìto un moto altrettanto convulsivo. A volte  il fervore e l’audacia sfiorano l’intemperanza e l’arroganza, ed io nella mia ingenuità non me ne rendevo conto. Si legge in Dante: “Sono molti tanti del suo ingegno presuntuosi che credono col suo intelletto poter misurare tutte le cose estimando: tutto vero quello che a loro pare, falso quello che a loro non pare (Conv., IV-XV-12). Se Benedetto Croce avesse saputo che c’era un figlio dell’utopia, che immortalava i suoi racconti sulle pale dei fichidindia, non avrebbe esitato ad ascriverlo nell’annuario dei giovani vuoti, saccenti e poveri di verità. Ma per fortuna c’era l’alibi dell’età che ci rendeva megalomani chiudendoci gli occhi per farci librare in cielo come uccelli in volo.

 

Vincenzo Teodoro racconto pubblicato in:

La rivista della scuola, XXVI,1/31 gennaio 2005

Per gentile concessione della figlia Rita Teodoro

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