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Chiese rurali e Oratori Privati: conferenza

Ringrazio l’Istituto Studi Acrensi che mi ha permesso di pubblicare una parte di questa ricerca tuttora in corso. L’argomento di questa ricerca mi sta molto a cuore, e desidero condividere i risultati con tutti coloro che amano conoscere il nostro passato: chiese rurali e oratori privati.

Delineare la storia religiosa palazzolese attraverso i documenti dell’Archivio della Chiesa Madre è per me importante e mi appassiona perché è da queste fonti ecclesiastiche che si può conoscere il vissuto quotidiano della comunità locale dei fedeli.

Se la storia si scrive in base alle testimonianze del passato, queste, si trovano sia nelle carte scritte, sia nei ritrovamenti archeologici.

Certamente gli scavi archeologici sono importanti, specialmente quando mancano i riscontri documentari. Ma gli archivi non vanno trascurati, anzi quelli delle curie e delle parrocchie vanno valorizzati per portare alla luce un insieme di informazioni di indubbio valore storico.

Per questo motivo avendo riordinato l’archivio più importante che Palazzolo possiede, sto cercando di suscitare un interesse su temi particolari della memoria storica dei nostri luoghi attraverso i documenti, affinché questi possano essere utilizzati anche sotto altri punti di vista, come ad esempio secondo l’aspetto antropologico, linguistico, archeologico, architettonico.

L’argomento “chiese rurali e oratori privati” è un tema poco trattato nella studio della storia ecclesiastica soprattutto locale.

Un contributo importante a questo argomento è dato da un lavoro del direttore dell’Archivio vescovile di Noto il dott. Salvatore Maiore intitolato Eremi e chiese dell’Agro Netino fra seicento e settecento. Questo lavoro è stato un ottimo punto di partenza per la mia ricerca riguardante alcune chiese rurali  nella zona tra Palazzolo e Noto.

Anticamente esistevano oratori e cappelle private che nacquero per il culto familiare e poi diventarono edifici di culto per le comunità rurali.

La costruzione delle chiese rurali si diffuse contemporaneamente all’affermarsi di nuove aristocrazie e delle loro proprietà rurali.

Il fatto che queste chiese fossero controllate dall’autorità ecclesiastica fa capire che oltre all’intenzione dei baroni locali di fornire la possibilità ai contadini di assistere alla messa, vi fosse un interesse della chiesa ad utilizzare quegli edifici esistenti nelle campagne per l’evangelizzazione e per la diffusione del cristianesimo.

Vincenzo Politi – avvocato, nostro compaesano e barone palazzolese – scrisse un articolo riguardante gli oratori privati nella storia e nel diritto trattando l’argomento ampiamente ed in modo assai puntuale.

Per capire questo istituto, dice il Politi, è necessario trattarlo nell’ambito del diritto canonico, dove è detto che l’oratorio privato rimane circoscritto nell’ambiente domestico non viene destinato all’uso pubblico e non ha rilevanza giuridica nell’Ordinamento dello Stato Italiano.

Spiega ancora il Politi che relativamente alla norma veniva sottratto al vescovo il potere disciplinare sugli oratori privati, riservandolo solo alla Santa Sede.

Il ruolo del vescovo era indiretto e solamente esecutivo, in quanto doveva accertare e controllare circa l’esistenza delle condizioni richieste dalla Santa Sede e circa la loro applicazione.

Con l’andar del tempo al vescovo venne concessa la licenza per la celebrazione delle messe, ma  soltanto in casi particolari e d’urgenza.

La riforma tridentina più severa rispetto alle precedenti disposizioni che avevano dato luogo ad abusi, indeboliva il potere del vescovo nei confronti dei signori potenti dell’epoca feudale; quindi la Santa Sede diveniva l’unica istituzione che poteva accordare le licenze per la celebrazione delle Messe in questi oratori e cappelle mediante un Indulto.

L’indulto nel diritto canonico è una concessione particolare accordata dal papa a un singolo o a una comunità religiosa, a fare o a ottenere qualcosa; in questo caso il barone otteneva licenza di poter celebrare messa in casa.

Il documento più importante sugli oratori privati restava comunque l’enciclica di Benedetto XIV, Magno cum animi, del 1751.

L’enciclica imponeva che durante la messa dovesse esservi la presenza personale di almeno uno degli indultari, cioè i proprietari dell’Oratorio.

Nell’oratorio inoltre poteva essere celebrato il battesimo in caso di necessità e il sacramento della penitenza nei casi stabiliti dal breve. Inoltre per quanto riguarda la somministrazione dell’Eucaristia non bastava la semplice licenza a potersi celebrare la messa, ma occorreva l’autorizzazione del vescovo diocesano.

La dottrina dice che l’oratorio doveva essere libero da ogni uso domestico e separato dal resto dell’abitazione almeno da tre pareti murarie. Vincenzo Politi continua dicendo che per quanto riguarda l’ampiezza, l’oratorio non dev’essere di proporzioni tanto anguste che coloro che assistono alla Messa siano costretti a rimanere fuori da esso e deve essere dotato di suppellettili usuali ed ornato in maniera decorosa.

Le Sante Messe nelle chiese rurali e negli oratori di campagna venivano celebrate, specialmente, quando era tempo di raccolto, per dare ai contadini la possibilità di assistere alla Messa nei giorni festivi.

Chiese rurali. È un esempio la richiesta di don Salvatore Messina il quale esponeva al vescovo, che possedendo un certo luogo con terre e vigne esistenti in contrada chiamata di Giannavì, dove teneva una cappella, desiderava che questa venisse eretta con lo scopo di far assistere alla messa nei giorni festivi a coloro che lo aiutavano nei campi nei tempi di raccolto di grani e frutti, tenendo la detta cappella fornita di sagri arredi, così come richiesto.

I documenti utilizzati nel mio lavoro testimoniano le richieste di oratori privati inoltrate alle autorità ecclesiastiche dai nobili di Palazzolo, come Salvatore Zocco D’Albergo, Gabriele Judica, Ercole Cappellani, Barone Musso, Vincenzo Bongiorno per citarne alcuni, ma anche da sacerdoti che in stato di malattia non potevano andare in chiesa a celebrare la messa, esercitare pratiche di culto e amministrare i sacramenti.

Chiese rurali

Le richieste riguardavano sia le cappelle esistenti nelle abitazioni del paese sia quelle costruite nelle proprietà rurali. La messa celebrata nell’Oratorio era ad uso esclusivo del richiedente, dai di Lui affini e consanguinei, purché viventi sotto lo stesso tetto e formanti unica famiglia col detto Indultorio. Erano ammessi anche i domestici. In particolare il barone Musso desiderava che gli fosse concesso l’Indulto dell’oratorio privato anche per i forestieri da lui ospitati in casa.

Nel caso in cui il richiedente otteneva autorizzazione  di fare assistere i vicini alla santa messa, l’oratorio privato cambiava giuridicamente e diveniva pubblico.

Il barone richiedeva anche il permesso di potersi ricevere la comunione sacramentale, anche nel caso in cui si doveva trasportare la sacra particola in qualche stanza in caso di malattia, e nel caso di semplice devozione all’eucaristia.

In codesti oratori venivano celebrati battesimi e matrimoni, ma dopo che il richiedente inoltrava domanda al vescovo e se questi acconsentiva.

Da questi documenti si trae chiaramente che l’indulto apostolico, riguardo gli oratori privati, veniva concesso a nobili dietro testimonianze da parte di persone che con giuramento dichiaravano di conoscere il richiedente quale persona nata da nobili genitori e che continuava a vivere da nobile. Tutto ciò era necessario per garantire il decoro dell’oratorio, l’acquisto dei sacri arredi e la possibilità del richiedente di sostenere le spese relative al mantenimento dell’Oratorio stesso.

Anche il mastro notaro era obbligato a recarsi in campagna per esaminare il sito in cui doveva essere autorizzato l’oratorio e riferire alla Gran Corte Vescovile se il locale era separato dagli usi domestici, se era in muratura e non in legname e se era provvisto degli arredi sacri necessari per celebrare la Santa Messa; doveva anche produrre ed inviare la pianta della casa.

Oratori privati

Difficilmente veniva concesso di poter celebrare il matrimonio nell’oratorio privato di famiglia; eccezionalmente venne concesso al Signor Biagio Politi per il matrimonio della figlia Cassandra col barone Cesare Judica nel marzo del 1875. Questa concessione era subordinata all’obbligo del parroco di spiegare agli intervenuti che si trattava di una Sacra Funzione e di un Sacramento e non di una semplice cerimonia. Terminata la cerimonia occorreva annotare il matrimonio avvenuto nel libro parrocchiale dei matrimoni.

I documenti trascritti nel mio lavoro, prodotti entro un limite temporale ben preciso e cioè dal 1770 al 1910,  riguardano richieste d’Indulto, dichiarazione dei testimoni, Breve pontificio dell’Indulto, la risposta del vescovo il quale, verificate le condizioni necessarie, concede al proprietario quanto chiesto.

Purtroppo, se attraverso questi documenti si possono conoscere  le famiglie dei richiedenti. e individuare i luoghi e le contrade dove si trovavano questi possedimenti, non è facile ottenere il permesso di visionare il complesso rurale dove potrebbero ancora esistere queste cappelle.

Chiese rurali.Una ricerca più approfondita potrà dare qualche risultato riguardo le proprietà,  perché il vescovo desiderava una relazione sulla famiglia baronale e la pianta degli oratori per rendere esecutivo l’Indulto. Le piante delle case e dell’oratorio in Archivio vicariale della chiesa Madre non sono state ritrovate, queste potrebbero trovarsi nell’archivio storico diocesano di Siracusa oppure in Archivio vaticano. Notizie storiche più approfondite sulle famiglie nobili e sui loro possedimenti potranno fare chiarezza anche sugli oratori privati.

Chiesa rurale Barone Bibbia

Personalmente ho visitato la chiesa rurale di Vincenzo Messina Barone Bibbia, oggi Villa Claudia. Questa chiesa è tenuta magistralmente e ringrazio la signora Claudia Farina che gentilmente mi ha concesso di fotografare la chiesa rurale e il signor Occhipinti attualmente proprietario.

Inoltre desidero ringraziare la famiglia Zocco e Salvatore Tanasi che mi hanno fornito le fotografie della chiesa rurale appartenente alla famiglia Zocco.

Queste fotografie saranno pubblicate nella seconda parte del lavoro, sperando che i prossimi Atti dell’Istituto Studi Acrensi vengano date alla stampa al più presto.

Ringrazio i presenti per la disponibilità e pazienza nell’ascoltarmi.

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