
Matteo Catalano e il culto di Santa Maria dell’Odigitria
Antonio Lo Duca e Filippo Neri, influenzarono molto la vita romana di Matteo Catalano, il quale proprio a Roma fondò la chiesa dell’Odigitria con annesso l’ospedale retta da una confraternita dedicata alla Madonna dell’Odigitria, detta anche Madonna dei Siciliani.
Non si sa niente della famiglia del Catalano, della sua fanciullezza e della sua giovinezza, né riguardo la sua vita sia a Palazzolo che a Roma e dei suoi rapporti con Antonio Lo Duca e Filippo Neri. Ciò che sappiamo è che nel 1560 uno zio gli comunicò che desiderava rimettergli un grosso debito e lasciarlo erede di una mula e uno schiavo, a condizione che lui si stabilisse a Palazzolo.
Il Catalano aveva trentotto anni ed essendo legato in grazia ed in simpatia ai grandi animatori evangelici della carità verso i malati e gli umili, pronto a rispondere alle esigenze spirituali del momento, non volle accettare la proposta della zio.
Scrive Vincenzo Teodoro che Matteo Catalano attribuisce molta importanza, per la for-mazione cristiana dei suoi concittadini, alla fede e alla devozione verso la Madonna dell’O-digitria che, sin dall’antichità appariva negli affreschi ipogeici della campagna circostante ed era festeggiata come patrona reale a Palazzolo Acreide nell’antica chiesa di san Rocco, poi dedicata a san Sebastiano. Questo amore verso l’Odigitria venne coltivato dal Catalano nella città papale dove mise a disposizione le sue sostanze ed una casa del valore di scudi tremila- cinquecentosettantacinque, con lo scopo di fondare un ospizio per ricettare i poveri siciliani ultra Forum, infermi e pellegrini, che si recavano a Roma. In via del Tritone costruì una congrega ed una chiesa annessa a sollievo dei pellegrini.
La chiesa del Tritone non ebbe da principio facili albori, sia sotto il profilo assistenziale che economico, ma l’esempio di Matteo Catalano in qualità di benefattore infervorò sia Siciliani che Romani i quali contri-buirono a risollevare le sorti della chiesa e dell’ospizio. I Siciliani, nel 1609, si tassarono per estinguere i debiti contratti per il mantenimento della chiesa, ma le sorti della chiesa si risollevarono quando il Parlamento siciliano erogò tremila scudi in favore di detta chiesa.
La Confraternita, approvata da Clemente VIII nel 1594, ebbe un proprio statuto e fiorì fin dall’inizio della sua fondazione. Papa Paolo V volle onorarla della sua munificenza, per questo stabilì con un privilegio, di liberare un condannato a morte ogni anno nella ricorrenza della SS. Vergine d’Itria, titolare della chiesa e il cui nome significa “guida nel cammino”. Infatti, in virtù della Bolla dell’8 marzo 1606, il 15 giugno 1613 il Primicerio don Carlo Caraffa, liberava dalla pena capitale Vincenzo figlio del capitan Giulio Pothomi da Rimini, che aveva ucciso con un’archibugiata Paolo Rastelli Perugini, e ciò per via di memoriale avanzato dalla Sacra Consulta, che commutò la pena capitale del delinquente con l’esilio dalla città di Rimini e suo territorio.
Lo stemma della confraternita rappresenta l’immagine della Madonna che Matteo Catalano riporta nella sua pubblicazione che non è quella dell’Odigitria, ma è una elabora-zione mariana tra la Vergine Orante e la Vergine di Nikopoia (madre di Dio e portatrice di vittoria). L’Orante rappresentata in posizione frontale e a braccia alzate verso il cielo in preghiera, nel gesto della supplica rivolta verso la persona invisibile del Figlio, mentre la
Nikopoia è rappresentata a mezzo busto con le mani sul clipeo dove è raffigurato il busto di Gesù bambino.
Secondo la tradizione agiografica l’Evangelista San Luca, pittore, ritrasse dal vivo la Madonna quando scrisse il Vangelo e quindi produsse alcune immagini dalle quali derive-rebbero tutte le forme tradizionalmente ammesse al culto; tutte raffigurerebbero le sembian-ze veritiere della Madonna e dalla quale derivano le due madonne Orante e Nikopoia.
Dalla fusione di queste due immagini con la variante di Gesù Bambino in piedi davanti la Madonna deriva la vera effigie della Madonna d’Itria di Costantinopoli.
In Sicilia, però l’immagine dell’Odigitria è assai diversa, essendo rappresentata seduta su una cassa, portata a spalla da due santi monaci, chiamati calogeri, perché richiama la fuga degli iconoduli bizantini che scamparono all’iconomachia, cercando di salvare le icone, sottraendole all’iconoclastia, portandole in Sicilia.
Che significato ha il nome Calogero ce lo spiega il Vanzon, il quale dice che sono alcuni monaci greci di San Basilio che sceglievano per superiore un buon vecchio laico. Abitavano sul Monte Athos e servivano tutte le chiese d’Oriente; non avevano mai avuto bisogno di riforma, conducevano una vita ritirata e osservavano quattro quaresime l’anno, durante le quali passavano la maggior parte della notte piangendo dei propri e degli altrui peccati.
Importante è l’iconografia bizantina che presenta la Madonna col Bambino appoggiato al petto in posizione verticale e con la mano destra indica il Figlio. Numerosi agiografi hanno interpretato questo modo di rappresentare la Madonna quale indicatrice della via della salvezza. La Madonna dell’Itria è la nostra guida verso il Figlio redentore, perché in quanto mamma di Gesù è la mediatrice più idonea tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e Gesù il Reden-tore.
Il culto a Maria Ss. Odigitria mirava ad accrescere, nei fedeli palazzolesi che si affidava-no alla sua protezione, molte speranze:
-Speranza col patrocinio di Lei di essere liberati dalla fame, dalla peste, dai terremoti dagli uragani e da ogni male spirituale.
-Speranza di onorare sempre Maria Ss. Odigitria affinché si professi quanto definito dal Concilio Efesino facendo voti per lottare in difesa delle sacre immagini.
-Speranza per copiare le sante virtù insegnate da Maria per cui si prega l’Odigitria, affin-ché ispiri le donne palazzolesi alla carità, alla modestia cristiana, cercando di essere buone madri come insegna la religione cristiana.
-Speranza che ogni devoto dell’Odigitria sia un perfetto cristiano, ubbidiente alla voce del Papa, del vescovo, dei parroci, dei sacerdoti; che la Madonna dell’Odigitria sia per tutti scala mistica per arrivare alla gloria del cielo e che grazie al suo patrocinio possa affrettare, come dice padre Carmelo da Licodia, “il trionfo della pace di Cristo nel regno di Cristo”.
Bibliografia
Aliotta Salvatore, Religiosità popolare e feste religiose in Palazzolo Acreide. (Tradizioni-Ricordi-Testimonianze), Palazzolo Acreide, (Sicietà Tipografica Siracusa), 1994.
Lombardo Luigi, La Madonna di Odigitria a Palazzolo, Soveria Mannelli, Rubettino, 1984.
Carmelo da Licodia (padre), Il culto a Maria Ss. Odigitria, Patrona reale di Palazzolo Acreide, Ragusa (stamperia fratelli Puglisi), 1934.
Matteo Catalano e il culto di Santa Maria dell’Odigitria a Roma e a Palazzolo Acreide (2ªparte), in: “Il Saggio. Mensile di cultura”, a. XXIII (ottobre 2017), n.259.


